In questa contrada si consumò uno degli episodi più tragici della battaglia, allorquando la colonna Malenchini fu costretta a ritirarsi verso S. Pietro, incalzata dall’artiglieria borbonica. I numerosi feriti e morenti trovarono un po’ di sollievo giacendo all’ombra di un secolare albero unico riparo dall’opprimente canicola di luglio.
Ulric De Fonvielle, noto giornaliste e scrittore francese, testimone oculare di quei drammatici avvenimenti li descrisse con questa intensa partecipazione:
<<…E noi ci lanciammo – scrisse – a passo di corsa. Arrivammo, senza badare ai feriti e a coloro che sono rimasti indietro, nel luogo dell’azione.
Una densa nuvola di fumo ci impedisce di vedere il nemico. Le compagnie che ci avevano preceduto ci lasciarono passare davanti, ma noi ci fermiamo, a nostra volta, perché non sappiamo più dove siamo. La morte fa le sue vittime. Alla nostra destra, su un terrapieno, c’è una casa colonica. Noi ci lanciamo lì alla rinfusa, compiendo molte tappe e passando, a capo scoperto, sotto il fuoco del nemico che decima i nostri.>>
Il ricordo di quella orribile carneficina rimase a lungo scolpito nella memoria degli abitanti del luogo. Raccontavano, infatti, che nelle notti di luglio il viandante che si trovasse nei pressi del grande eucalipto – u palugiaro – posto in via Palmara, udisse ancora gli strazianti lamenti di quei garibaldini morenti che durante lo scontro furono pietosamente adagiati all’ombra di quel maestoso albero, quasi a volerne conferire eterna sacralità.